Como: un giardino senza fiori

Il bisogno di uno spazio aggregativo-culturale è un tema che ciclicamente torna alla ribalta nel dibattito pubblico cittadino. In questa serie di tre articoli ripercorriamo alcune tappe fondamentali della ricerca di spazi per giovani. Tra eventi nazionali e locali, movimenti politici e culturali, in una storia che ancora corre a dare forma alla Como di oggi.

Episodio 3
Rigenerazione, occupazione e refrain

Con la chiusura del Chiostrino di Sant’Eufemia molte attività e attori della cultura hanno smesso di gravitare nel centro città: c’è chi se n’è andato per cercare spazi altrove, chi ci ha riprovato ma è durato poco e chi sta provando a rinascere oggi.

I problemi dei passati decenni che riguardano il rapporto tra la città di Como e i giovani alla ricerca di spazi compiono ancora una volta un giro di boa e tornano, oggi, con prepotenza. Nel corso degli ultimi anni in città si stanno delineando tre principali tendenze.

La rigenerazione urbana

“Lo spazio del convivere è stato investito da un mutamento radicale: il valore economico sta colonizzando la sua dimensione simbolica impoverendola – afferma Bruno Rampoldi, architetto e amministratore delegato del Consorzio Abitare di Como, citando la Carta dell’Habitat curata da Giancarlo Consonni. “Le politiche urbanistiche, il disegno urbano e l’architettura devono contribuire alla coesione sociale, dando vita a luoghi atti ad accogliere e a indirizzare la convivenza civile e a farsi sua rappresentazione simbolica” conclude.

Per questo Bruno, con il Consorzio, sta lavorando ormai da più di due anni alla riqualificazione dell’Ex-Tintostamperia in Via dei Mulini, un edificio storico risalente al 1947, con una spiccata funzionalità produttiva.

In quegli anni l’industria tessile era il fiore all’occhiello di Como e la Tintostamperia è stata costruita in un luogo adatto allo scopo: lontano dal centro residenziale e vicino ad un corso d’acqua. L’attività dell’edificio fiorisce e prospera per decenni, fino più o meno alla seconda metà degli anni ottanta, quando l’immobile viene frazionato e affittato ad attività di varia natura.

Con gli inizi del 2000 l’ormai ex-Tintostamperia è stata gradualmente abbandonata da attività e residenti ed è diventata un rifugio per persone senza dimora.

“Solo un paio di anni fa – racconta Bruno – in accordo con i proprietari, è stato avviato un processo di riqualifica secondo i criteri della rigenerazione urbana e da circa un anno e mezzo si è cercato di sviluppare una serie di attività temporanee di stampo culturale”. 

Dopo uno scouting attento, parte dell’edificio è stata aperta alle realtà individuate con il beneplacito dei proprietari. 

“Siamo partiti dall’idea di riappropriarci degli spazi con la volontà di riempirli di qualcosa che ci piacesse e questa ricerca ci ha aperto uno scorcio su una Como per certi versi inaspettata, perché abbiamo potuto incontrare molte realtà vivaci e attive, con una proposta culturale alta e un’età media molto bassa” afferma Bruno. “Ciò che accomuna queste realtà è il bisogno di un luogo fisico di incontro, soprattutto dopo aver vissuto la pandemia, dove vi si possano scambiare le idee e creare progetti”. 

Quest’anno, ad esempio, con Confcooperative Insubria è stata lanciata la prima rassegna culturale di Gener-Azioni, un programma sperimentale di azioni temporanee di rigenerazione culturale e artistica degli spazi in trasformazione. I protagonisti sono stati molti e vari: dal Collettivo di artisti Como Contemporanea, alla mostra “Ticosa. Immagini di una storia dispersa” del fotografo Gin Angri, ai concerti della violoncellista Irina Solinas. Entro la fine dell’anno il Consorzio vorrebbe riuscire a concludere la cernita delle realtà culturali presenti sul territorio per poi provare a disegnare un progetto che le comprenda e le doni spazio, tutto entro i limiti di un’iniziativa del settore privato.

L’occupazione

“A settembre del 2021 – racconta Yuri – viene ufficializzata la nascita del Collettivo ‘84, teorizzato già nel febbraio dello stesso anno. Il collettivo è di stampo libertario. Non ci sono capi, solo persone che si autodeterminano” conclude.

Composto da circa una trentina di ragazzi, il Collettivo ‘84 nasce con l’intento di trovare uno spazio per potersi riunire, studiare e portare avanti attività politico-culturali. “Essendo nati di recente – racconta Diego – non avevamo la struttura per pagare un luogo in affitto, quindi abbiamo cominciato a cercare spazi in città e abbiamo anche interpellato il Comune, ma l’amministrazione non ci ha risposto in modo soddisfacente”.

Non trovando uno spazio dove incontrarsi, specialmente quando cominciava a fare freddo, il collettivo ha iniziato ad addentrarsi in alcuni luoghi abbandonati in città e dintorni cercando di risistemarli. “Noi ci divertivamo a pulire gli spazi, è un divertimento di per sé ravvivare uno spazio abbandonato prossimo alla demolizione, è soddisfacente” afferma Yuri.

“Purtroppo, però, quando pulivamo venivamo visti molto male – racconta Diego – è vero, stavamo occupando uno spazio, ma era per dargli nuova vita. Chi ci ha ostacolati non ci ha mai chiesto perché lo stavamo facendo”.

Il Collettivo si è dedicato alla pulizia e ha tentato di riabilitare ad aula studio una casa abbandonata in Via Torno e un vecchio stabile nella zona di Lora. A gennaio 2022 il collettivo avrebbe voluto aprire questo spazio anche ad altri studenti, ma il giorno dell’apertura pubblica il gruppo ha trovato la strada sbarrata e lo stabile chiuso dietro reti metalliche.

 

Non eravamo i soli a cercare uno spazio, in pochi mesi abbiamo conosciuto molte realtà che condividono questo problema” afferma Yuri citando l’esperienza di Supporto Attivo, una rete sociale sviluppatasi nel corso della pandemia che opera sul territorio con iniziative solidali a cui è stato tolto lo spazio-magazzino dall’amministrazione comunale. 

Lo spazio ha una funzione sociale – incalza Diego – permette di organizzare eventi, assemblee aperte, di svolgere le funzioni di una normale associazione o gruppo informale”.

“In più – continua Yuri – sarebbe un valore aggiunto avere uno spazio in condivisione con altre realtà come la nostra in modo da poter entrare sempre più in connessione e discutere insieme anche su una visione politica del territorio”.

 

Collettivo ‘84 ha già collaborato con altre realtà e movimenti presenti sul suolo comasco come l’Unione Degli Studenti (UDS), il gruppo che organizza il Pride e gli skaters. Tra le realtà giovanili c’è molta permeabilità. “Nonostante le discrepanze – afferma Yuri – tutti i gruppi si battono per lo stesso obiettivo, ovvero avere, come giovani, un ruolo riconosciuto sul territorio e una voce in capitolo quando si prendono le decisioni per la città. Avere uno spazio dove discutere e incontrarsi è fondamentale, ma il comasco medio questo non lo riesce a cogliere”.

Con la fine dell’occupazione di alcuni spazi abbandonati, il Collettivo si è pian piano disperso un po’ così, com’è nato. Alcuni ragazzi, finito il liceo, sono partiti per studiare fuori, altri sono confluiti in nuovi gruppi. Di questo movimento oggi resta ancora qualche elemento, ma ciò che continua a persistere in modo imperante è la necessità, la richiesta, il bisogno di spazio.

L’underground

Un’altra via, per certi versi complementare e in dialogo con le precedenti, deriva dalla socialità spontanea costruita attorno alle tavole da skate, di fianco a un tribunale e sotto le colonne di una chiesa a suo modo storica, San Francesco. Quella di writers e skaters è la via di chi è meno propenso a occupare spazi in modo duraturo e più a viverli in modo temporaneo, quasi in una performance situazionista. 

Com’è possibile che devo finire a vent’anni a dover occupare un edificio perché non ho uno spazio per fare skate” dice Paul, skater che da tempo frequenta lo spazio di fronte alla Chiesa di San Francesco a Como. “Per fare skate devi avere tanta costanza, non devi avere paura di farti male” continua. Tempo e costanza, e uno spazio in cui fare pratica. “Questa è la mia passione sin da quando ho messo piede a San Francesco con mio fratello più grande, quando ero molto piccolo”. 

È parlando di suo fratello e della sua generazione, di una tradizione tramandata negli anni, che Paul cita un cortometraggio documentario dal titolo Como città di (S)volta cantando la strofa della canzone di apertura, a memoria, non appena lo fa partire sul suo smartphone. “Nebbia fitta sopra un lago piatto, si mantiene intatto l’aspetto di una città vecchia”, recita come sottofondo a immagini video di una persona che cammina in una Como desolata. Una critica ancora attuale, nonostante il documentario racconti un’altra Como e luoghi di circa vent’anni fa.

“A quell’epoca gli alternativi erano pochi ed eravamo tutti amici” racconta Daniele Imbrogli, proprietario del negozio streetwear 3Sixty che ha preso parte al documentario. “Quelli che si vedono sono i nostri luoghi di ritrovo: San Francesco per lo skate, Ticosa per lo spray, i bar Albatross e Manzoni per le serate ad ascoltare musica insieme”.

Una quotidianità underground di circa una trentina di amici che nel 2003 Francesco Merazzi, ora videomaker freelance, decide di immortalare insieme a Matteo Ronchi realizzando appunto Como città di (S)volta. “Sono cresciuto in piazza Roma, andavo a Centofiori coi miei genitori e ho poi frequentato il Rock Club e il Box 202. Ho iniziato a lavorare nel video su temi storici con mio padre, sulla deportazione e sulla memoria. Da qui è nata la mia passione” racconta Francesco. “Già allora avevamo una visione abbastanza disillusa e pessimistica sull’offerta per i giovani a Como, il che metteva nella condizione di crearsi da soli le opportunità e trovare gli spazi in cui stare”. 

Nato un po’ come denuncia e un po’ per riprendere il vissuto quotidiano di giovani esclusi dalle dinamiche principali della città, il corto ha una forte impronta “di strada” e racconta gli spazi di una Como alternativa rispetto a quella mainstream. “Avendo uno stile underground, l’idea è stata quella di mostrare la città dal mio punto di vista e dal punto di vista delle persone che frequentavo” continua Francesco. Un documentario nato così, senza sceneggiatura. “Ho semplicemente preso una videocamera palmare e iniziato a girare”. Girare per riprendere una vivacità presente in una città spesso percepita come dormiente. “Era un po’ quello che sentivamo noi nei primi anni Duemila”.

Da un lato gli spazi presenti e vuoti attendono nuova vita, dall’altro la vita attende nuovi spazi. L’Ex-Tintostamperia, a lungo decadente, sta venendo rigenerata, ma solo l’intervento dei privati gli ha permesso di rinascere. Lo spazio antistante San Francesco ha una storia più travagliata, fatta di senza fissa dimora e skater puntualmente criminalizzati e allontanati, la Ticosa un futuro incerto.

Tra tante cose che cambiano, alcune restano uguali: continuano a mancare ascolto e promozione verso forme di socialità e cultura alternative a logiche di consumo.