Como: un giardino senza fiori

Il bisogno di uno spazio aggregativo-culturale è un tema che ciclicamente torna alla ribalta nel dibattito pubblico cittadino. In questa serie di tre articoli ripercorriamo alcune tappe fondamentali della ricerca di spazi per giovani. Tra eventi nazionali e locali, movimenti politici e culturali, in una storia che ancora corre a dare forma alla Como di oggi.

Episodio 2

Il filo rosso

Era il 26 giugno di due anni fa e un filo rosso si dipanava attorno al centro di Como. Centinaia di persone circondavano le mura, unite da un lungo telo di tessuto cremisi. Era l’ultimo abbraccio alla città, una risposta pacata ma decisa degli operatori culturali comaschi alla chiusura di quello che fino a quel giorno era stato uno degli ultimi bastioni della vita culturale cittadina: il Chiostrino Artificio.

Foto di Noemi Pigliapochi

“C’è stata una rivendicazione, certo, ma attraverso un gesto artistico” spiega Anna Buttarelli, anima di Luminanda, l’associazione che fino al 2020 ha creato cultura e aggregazione tra le mura del Chiostrino. “Crediamo infatti che la potenza della visualizzazione di un insieme di persone che si mette insieme ad abbracciare la città che si chiude su se stessa e non rimane aperta alle esigenze di comunità, che sono preziosissime, sia stata la soluzione migliore”.

La storia di Luminanda al Chiostrino inizia nel 2011, anno in cui l’allora assessore alla cultura della giunta Bruni, Sergio Gaddi, firma una lettera di adesione da parte del Comune al progetto presentato a Fondazione Cariplo da parte di Luminanda e altre realtà cittadine per l’apertura di uno spazio culturale in città. Passano diversi anni e ad aprile 2015 Luminanda ottiene lo spazio del Chiostrino Artificio per un anno dall’assessore Luigi Cavadini della nuova giunta Lucini. L’associazione vince poi un altro bando di Fondazione Cariplo e il Comune decide di prorogare la concessione fino alla fine del 2018.

Nel frattempo, però, è il 2017 e a Palazzo Cernezzi si insedia la nuova giunta di Mario Landriscina. Sulla cultura non garantisce la continuità sperata e tra rimpalli di deleghe e incontri senza soluzioni, l’interlocuzione tentata più volte da Luminanda fallisce. Nonostante le tante promesse di un bando che possa rinnovare la concessione del Chiostrino, il Comune non farà mai nulla. L’associazione si vede costretta ad abbandonare il Chiostrino.

“Noi negli anni abbiamo veramente lavorato e cercato di andare a trovare anche chi aveva dei linguaggi diversi dai nostri per creare un’offerta il più possibile ricca” spiega Anna. Quello che è mancato è il “dialogo con le amministrazioni pubbliche che non danno l’incentivo per creare dei progetti più grandi che abbiano una visione di sistema”.

Chi chiude e chi si sposta

L’esperienza del Chiostrino Artificio non è la sola che rappresenta la difficoltà di costruire spazi di aggregazione a Como. Ce ne sono diverse che hanno incontrato problemi, simili o meno, che mettono in mostra diverse criticità.

Basti pensare al Lake Como Film Festival che nel 2022 ha chiuso i battenti dopo quasi dieci anni di attività. Le motivazioni sono varie e si possono trovare in un lucido comunicato pubblicato a luglio. Si cita la mancanza di progettualità di lungo periodo degli enti pubblici, ma anche un’analoga assenza di visione da parte dei partner privati, entrambi colpevoli di concepire “la manifestazione culturale, al più, come complemento d’arredo”.

La frase suona vagamente familiare. È la prospettiva di #LakeComo, la città vetrina, gentrificata e priva di occasioni di partecipazione di cui abbiamo già parlato a fondo nel nostro webdoc.

Ma il direttore artistico del Lake Como Film Festival Alberto Cano nel comunicato non si ferma qui: critica anche l’atteggiamento del pubblico, sempre più sbilanciato verso una fruizione privata a favore di piattaforme come Netflix. Si parla di cinema, ma in filigrana si può scorgere più in generale una critica alla risposta della città alle iniziative culturali.

Foto di Andrea Butti

“La risposta della cittadinanza è sempre una mancanza di curiosità per le cose nuove” sostiene Matteo “Taz” Montini, animatore di progetti come Wow Music Festival e Marker. Quest’ultimo, nato nel 2014 in collaborazione con il Teatro Sociale, si è dissolto all’inizio del 2020 con una lettera alla città che ancora oggi suona come un valido atto d’accusa. Wow invece è migrato a Cernobbio quest’anno, seguendo un copione che sta tristemente diventando prassi per altre iniziative.

”Como ha una forte reparto imprenditoriale che non supporta le attività giovanili in termini di sponsorship. C’è poi anche una grossa difficoltà nel riuscire a trovare uno spazio adeguato per eventi, anche per quanto riguarda le garanzie sulla sicurezza” continua Matteo.

Foto di Andrea Butti

Un filo non del tutto reciso

Eppure ci sono casi in cui la cittadinanza si muove e torna a partecipare e rende possibili progetti che sembravano irrealizzabili. Come se un lembo del tessuto, nel suo svolgersi, si fosse tramutato nel tendaggio vermiglio dell’ingresso di una sala cinematografica, ritroviamo forse lo spirito di due anni fa proprio in alcune notizie che riguardano il mondo del grande schermo.

Prendiamo l’esempio del cinema Gloria. Nonostante la campagna Manchi tu nell’aria non abbia riscontrato il successo sperato, la comunità che lo sostiene ha deciso di non perdersi d’animo. L’assemblea dei soci ha infatti deciso di rinnovare per 6 anni il contratto con la proprietà e di utilizzare i fondi sin qui raccolti per l’ammodernamento della sala e la realizzazione di uno spazio esterno da usare durante il periodo estivo.

Non si può non citare poi la riapertura dell’Astra. Dopo una raccolta fondi molto partecipata da più di 80.000 euro in tempo record, il prezioso contributo di molti volontari e un lungo lavoro di ristrutturazione e messa a norma, lo storico cinema cittadino ha riaperto lo scorso mercoledì 7 dicembre.

Il 17 dicembre ci sarà l’inaugurazione ufficiale e dal 10 gennaio ripartirà lo storico cineforum. La gestione del cinema è in mano alla cooperativa Astra 21, nata dall’associazione Amici dell’Astra, ed è stata concessa dalla parrocchia di San Bartolomeo per i primi quattro anni a un prezzo calmierato.

Una soluzione per rendere esperienze come queste più comuni, ci dice Matteo, potrebbe essere quella di ”un patto, un manifesto, tra operatori culturali e cittadinanza che venga incontro alle esigenze di entrambi. Si potrebbero organizzare delle riunioni di quartiere in cui discutere di questi temi con residenti, amministrazione e organizzatori di eventi per elaborare questo documento condiviso”, con l’amministrazione che in quest’ottica potrebbe avere “un ruolo di mediazione”.

A proposito di amministrazione, ha fatto scalpore la sua recente decisione di acquistare interamente il Politeama, che con le impalcature e il tendaggio che lo nascondono alla vista ha per molto tempo rappresentato il simbolo della decadenza della vita culturale in città. Non si sa ancora che destinazione avrà, né in quanto tempo potrà riaprire, ma può essere tutto sommato un altro punto di partenza.

Per dovere di cronaca diciamo che l’amministrazione abbiamo anche provato a contattarla. Più nello specifico, abbiamo chiesto all’attuale assessore alla cultura, Enrico Colombo, un’intervista per discutere di questi temi. Abbiamo ricevuto dopo una settimana una risposta: l’assessore non è disponibile fino ad almeno metà gennaio per via dei numerosi impegni di questo periodo. Restiamo in attesa.

Sarà il tempo a dirci se questi esempi acquisteranno la forma di una riemersione graduale da anni e anni di immobilismo e difficoltà di ascolto e collaborazione, o se saranno invece cattedrali nel deserto di una città impossibile. Per il momento continuiamo a seguire lo svolgimento del filo, impegnandoci per far sì che l’indifferenza non lo recida.

Riccardo Soriano